Chi siamo

La storia di Collalti

FALCO1 di Giuseppe D’angelo

C’era una volta Via Mantova 16.

Già, indolenti smanettoni del terzo millennio, la storia che sto per raccontarvi comincia proprio da qui, e quanno parla uno che c’ha ottantacinque anni, ha fatto la guera partigiana e fra pedali prima e motori poi, ha passato gli ultimi ottanta anni della sua vita sul sellino di una due ruote, lo dovete sta a senti’.

Mi chiamo Telemaco Persichetti ma questo è solo un trascurabile dettaglio anagrafico, il mio vero nome è Falco 1 e sono stato uno dei primi vigili urbani del reparto motociclistico di Roma. Ancora oggi – a parte Amelia, mia moglie, una santa donna che continua a sopportarmi e i figli… ma chi li vede mai quelli – i pochi che non sono finiti all’alberi pizzuti, mi chiamano così. Sono nato in piazza della Rotonda 1. Avete capito bene, anonimi frutti periferici di questa città puttana, io giocavo a biglie sotto al Pantheon. Era il 1926 e ne avrei da raccontare tra fascio, resistenza, prigionia… Ma non voglio abusare troppo del vostro tempo, anime frenetiche incapaci di condividere le delizie del sano cazzeggio.

Era il 2 giugno 1952, festa della Repubblica italiana, ero stato scelto insieme ad altri per rappresentare il corpo alla parata militare dei fori imperiali. C’avevano appena consegnato il Falcone, una moto meravigliosa, capirai… La guerra era finita da poco e Roma cominciava appena a liberarsi da quei calcinacci di sofferenza e desolazione, molti degli agenti ancora si muovevano su improbabili mezzi a due ruote scampati ai bombardamenti, qualcuno addirittura in bicicletta… Io ero orgoglioso. Sentivo – come tutti – di appartenere a una società certo povera, ancora disgregata, infinitamente ignorante, eppure unita da un comune, tangibile progetto di sviluppo, da un sostenibile desiderio di rinascita, da una straordinaria voglia di riscatto. E sì, miei cari distributori di opportunismo privi di amor patrio, non mi vergogno a dirvi che quella notte, per l’emozione, non riuscii a prender sonno. Alle cinque avevo indosso la divisa, non erano ancora le sei e già avevo recuperato la moto nel garage di Trastevere, e dovevo essere ai fori per le 8. Era appena nato Spartaco, il nostro primogenito e Amelia aveva deciso di andare qualche giorno dai suoi. Non mi aveva ancora visto sulla mia fiammante Moto Guzzi.

Roma-Moricone-Roma, in poco più di due ore.

Ce la potevo fare…

Peraltro un’ottima occasione per farmi vedere da mio suocero, proprietario del bar centrale di via Roma. Il sor Alceste proprio non se lo poteva sopportare che io avessi preferito “andare in giro in motocicletta” – come diceva lui – piuttosto che fare il barista. Alle sette Alceste era già dietro al bancone e quando mi vide entrare nella mia tuta di pelle nera da motociclista mentre avanzavo sicuro verso di lui togliendomi prima i guanti e poi il casco, mi squadrò serio dalla testa ai piedi, quindi mi servì un caffè e mi disse: “Tele’, pari nu painu…” Sorrisi, incassando il complimento dell’anziano compaesano dalla mentalità non certo progressiste e salutandolo con una decisa stretta di mano, uscii. Fuori dal bar, intorno alla moto, si era radunato un discreto capannello di gente e un brusio di meraviglia e approvazione si andava diffondendo. Mi guardai intorno portandomi verso la moto e azionando risoluto il pedale, accesi il monocilindrico, salii in sella e ripartii per Roma accompagnato dal pianto di Amelia e da un applauso scrosciante – suocero in testa – che manco fossi stato il papa in visita pastorale…

Mi sentivo un invincibile dio greco mentre procedevo veloce lun-go la salaria in perfetto orario. Alle 7.40 – ormai in città – poco prima di piazza Fiume, il dramma… La moto si spense. Scesi, provai a riaccenderla più volte, ma niente da fare. Non ne voleva sapere di ripartire. Non sapevo cosa fare. Mancava un quarto d’ora alle 8 e non mi aspettavano certo quattro amici al bar, tanto più che non disponevo certo dei vostri mezzi di comunicazione, moderni centauri dalle passioni transitorie. Poco da fare, a spinta. Centosettantasei chili a secco… Dopo qualche centinaio di metri sudavo come un lottatore di sumo in un bagno turco, e non era solo per la fatica fisica… Non avevo alcuna idea di come spiegare al mio comandante il ritardo, nonostante avessi preso la motocicletta prima delle sei. A quel punto sarebba stata un’impresa far passare i cento chilometri fuori ordinanza, come una innocente passeggiata di prova.

Raggiungere piazza Venezia così era fuori discussione.

All’altezza di via Savoia, la lieve ma lunga prospettiva in discesa mi indusse a ipotizzare un tentativo di partenza “a strappo”, l’unica possibilità che si frapponeva tra me e il licenziamento in tronco. Niente da fare, il Falcone era morto. Mi guardai intorno indeciso se piangere o urlare, ormai certo che il mio futuro sarebbe stato fare caffè per tutto il re-sto della vita, quando lungo via Mantova mi parve di vedere un negozio aperto. Guardai meglio e notai alcune motociclette parcheggiate fuo-ri. Un ultimo sforzo, pensai mentre spingevo la Guzzi avvicinandomi per dare un’occhiata. Arrivato al civico 16, l’insegna mi lasciò senza parole.

OFFICINA COLLALTI.

Le motociclette fuori erano BMW.

E chi l’aveva mai viste per le strade di Roma…

A parte i side car delle forze armate d’occupazione.

Non potevo credere ai miei occhi, un’officina di motociclette, incredibilmente aperta a quell’ora di un giorno festivo. La disperazione gioca strani scherzi, pensai. La porta era aperta, all’interno due uomini in camice nero parlavano, curvi su una motocicletta nuova di zecca. Forse non stavo sognando… forse potevo ancora sperare in un futuro migliore.

Entrai piano, con educazione e rispetto.

«Buongiorno Signori, mi chiamo Falco 1. C’è un problema…»

I due si guardarono l’un l’altro, imbarazzati.

«Buongiorno a lei, signor vigile, sono Mario Collalti, lui è mio fratello Alfredo. Ha ragione, oggi non dovremmo essere aperti, è un giorno festivo… Ma vede, in Germania non lo è.  Siamo i concessionari BMW di Roma e c’hanno appena consegnato questa R 67… »

La moto era bellissima, restai a guardarla per qualche istante senza proferire verbo. Quella livrea nera… Quello stemma con la doppia elica bianco-celeste… quei due cilindri così spavaldamente sporgenti…

Intervenne l’altro, un pò più alto. Gli stessi occhi intelligenti.

«Vede, Signor vigile… La verità è che la dobbiamo consegnare domani, ma stamattina volevamo provarla. C’era venuto in testa di fare un salto giù ai fori a vedere la parata militare…»

Quel proposito di Alfredo Collalti, come una scudisciata in pie-no volto, mi fece riprendere immediatamente dal mio rapimento.

Già, la parata…

Guardai l’orologio, quasi le otto meno dieci.

Feci segno ai due fratelli di seguirmi fuori.

«Cari signori, il problema è proprio la parata… Vedete faccio parte della rappresentativa dei vigili urbani in motocicletta, ma oggi ho fatto una… cazzata. Insomma c’hanno appena consegnato il Falcone, stamattina era presto e ho deciso di andare a Moricone a fa’ un po’ di scena… Mentre stavo rientrando, qualche centinaio di metri fa – puf – s’è spento e fine delle trasmissioni… Credo però che voi vi occupiate solo di BMW e…»

Fu Mario a riprendere la parola.

E questa e per voi, sostitutori di centraline e pezzi di ricambio.

Mediocri improvvisatori a digiuno della chirurgia motociclistica.

«Le moto alla fine so’ come le donne… So’ tutte uguali. Bisogna solo conoscerle bene. Fammece da’ ‘n’occhiata…»

Armeggiò pochi minuti sullo spinterogeno, poi si rivolse a me.

«Forza Falco 1, ariprova a accenne… Un piccolo difetto all’impianto e-lettrico, frequente sulla prima serie… vedrai che mo’ ariparte…»

Partì al primo colpo.

Ma non potevo andarmene senza chiederlo.

«Scusate, una curiosità… Cosa costa questo spettacolo di motocicletta?»

Fu Mario a parlare, non prima di essersi schiarito la voce.

«Centotrentottomila lire, l’ha comprata un notaio…»

Mi prese un colpo, nel ’52 non arrivavo a ventimila al mese…

Indennità di metropoli compresa.

Preso da un immenso senso di gratitudine, li abbracciai entrambi.

Alle otto in punto ero in piazza Venezia.

Negli anni successivi continuai a passare spesso in via Mantova a salutare Mario e Alfredo e un po’ anche pe’ rifamme l’occhi… Intedia-moci sono sempre stato orgoglioso delle mie Moto Guzzi ma l’immagi-ne di quella motocicletta nera in quella mattina di giugno del 1952 ha segnato la mia vita. Ebbene sì, miserabili insoddisfatti dall’innamoramento facile, vi confesserò un segreto – tranquilli mia moglie ne è al corrente –  quella R 67 è stata il grande amore della mia vita, un amore unilaterale, e mai consumato.

Almeno fino a qualche anno fa.

Già, perchè questa storia ha un lieto fine.

Ancora un attimo, grattacieli di aspettative che non siete altro.

Mario e Alfredo non ci sono più, ma la loro passione, la loro esperienza e, consentitemi una parola forte, la loro anima, sono ancora vive. Nel corso degli anni l’attività si è ingrandita e la Collalti si è allargata prima in via Nomentana, quindi negli anni ’80 si è trasferita in via Sirte, infine e siamo già negli anni ‘90, in viale Etiopia. E sì – proprio così – ormai non è più possibile scorgere intorno a un bicilindrico bavarese i loro camici neri, eppure ancora oggi c’è gente che alle motociclette BMW dà giustamente del tu – con rispetto certo – ma con la confidenza che è d’obbligo tra due vecchie signore che in sessant’anni non si sono mai perse di vista un attimo, e fra le quali l’unico momento di incomprensione è stato il mio Falcone in quel lontano mattino del 1952.

Ah, dimenticavo il lieto fine…

Qualche anno fa ho trovato una bellissima R 26 del 1959 color verde militare bisognosa di cure. Il mutuo di casa pagato, i figli sistemati, un gruzzoletto da parte, insomma Amelia non ha potuto dire di no. Ebbene sì, l’ho comprata, da un notaio per giunta. Alla Collalti, come al solito, hanno fatto un lavoro meraviglioso e oggi posso finalmente dire di possedere una BMW. Niente di straordinario, ma quando riesco a lanciare il mio piccolo boxer monocilindrico a novanta all’ora lungo la salaria in direzione di Moricone e sento l’aria che mi sbatte in faccia e mi regala – lei sì – ancora la stessa sensazione di essere un invincible dio greco, io sono felice. Proprio cosi, piccoli esseri in risparmio energetico di sogni, sono felice e riesco addirittura a credere che è solo il mio senile pessimismo a farmi sentire di appartenere a un mondo ormai superato, un mondo dove le mani si stringevano per davvero e gli abbracci erano abbracci, e la vita passava giorno dopo giorno, maledetta e prepotente, indisponente e imprevedibile, come l’aria che ancora ci sbatte sulla faccia e ci fa socchiudere gli occhi, senza mai fermare il nostro cammino.

E, a proposito, fatemi un piacere, chiamatele… motociclette.